di Alberto Mangano
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C'è chi dice....

                                  (considerazioni del prof. Nando Romano)

 

...che Foggia non avrebbe molto...  non avrebbe questo o quello... non avrebbe storia, per cui... conviene andarsene, emigrare... Al contrario, non ci sarebbe luogo più ricco del nostro, a condizione di conoscerlo ed amarlo. Foggia, infatti, ha una storia notevole a partire dai villaggi neolitici disseminati fra la Villa comunale e l'Ippodromo, per continuare con milioni di documenti, ripeto: milioni, fra cui quelli conservati nell'Archivio di Stato e nei Musei non solo foggiani!  La nostra storia... basta cercarla. C'è chi dice... Se c'è una cosa, ancora, che non manca alla nostra città sono le leggende, belle e significative, come quella dei Santi Guglielmo e Pellegrino, portata dai Normanni, che offre una soluzione del futuro complesso di Edipo. Ma vi è una leggenda ben più antica di questa, ossia la leggenda della Madonna oggi detta dei Sette Veli. Essa è di grande interesse non solo per la nostra città anche perché è inserita in un complesso culturale di valore, di cui fanno parte lo stesso Sacro Tavolo della Madonna che può essere considerato il nostro palladio, proprio perché - reperti archeologici a parte - è l'oggetto più antico di cui disponiamo; ne fanno parte inoltre lo stemma della città, recante tre fiammelle sulle acque, ed infine il toponimo Foggia. Leggenda, sacro tavolo, stemma e toponimo costituiscono un insieme essenziale su cui Foggia si basa, per cui si può dire che la città prenda vita, significato e speranza proprio dalla sua Protettrice ed anche a livello storico-culturale.

Ecco la leggenda: Dei pastori assistono al miracolo di un bue che si inginocchia davanti a tre agili fiammelle sulle acque di uno stagno e le fiamme indicano il quadro di una Madonna velata che emerge dalle acque. Bella quanto semplice. Voglio riportare una raffigurazione dei riti che sono alla base della leggenda, essa è tratta dal Calendario Foggiano, realizzato nel 1987 da me e dalle mie alunne dell’ex “Montessori” di Foggia, i disegni sono di Anna Maria Toma (ved.Foto). Sullo sfondo una chiesetta in cui, nell'immenso Tavoliere pastorale del medioevo, vi veniva adorata una Madonna velata. Nello stagno i pastori e le donne facevano scivolare delle fiamme sulle acque. Si tratta di un complesso di riti molto diffuso che va dall'Estremo Oriente fino al Mediterraneo, esso viene ancora oggi celebrato sui grandi fiumi ed è stato esportato persino nelle Americhe. Le fiamme vengono abbandonate alle acque in contenitori naturali ed artificiali per celebrare riti  legati alla fecondità, rituali cari ad una società pastorale: la fiamma, infatti, rappresenta l'elemento maschile, mentre l'acqua quello femminile; insieme, sotto gli occhi della Madonna, essi debbono saper celebrare il miracolo dell'Amore. E' il significato della nostra leggenda, il significato della vita: la Madonna velata, regge infatti un bambino e, poiché vince sulle forze del male, è del tipo detto Nicopeia, una voce greca che significa: 'che mostra la vittoria'. Il quadro è costituito da una tempera su legno di conifera, ricoperto da una sopraveste ricamata e provvista di una pertugio ovale in alto, all'altezza del viso; una veste d’argento finemente cesellata, da un grande artista napoletano, la ricopre durante le processioni. Si tratta di una delle più antiche icone pugliesi, benché la Madonna Nicopeia sia molto diffusa nell'Adriatico, ed anche a Venezia - dove fu portata da Bisanzio, a seguito di una crociata - la nostra è del tutto particolare, direi unica: in piedi, vista di fronte, a figura intera, riccamente abbigliata, regge il bambino, con entrambe le mani, all'altezza del petto. Il Sacro Tavolo è da secoli occultato alla vista dei fedeli e, fino al restauro del 1980, si riteneva che i veli celassero l’immagine di un’Assunta, la cui festa, il 15 di Agosto, coincide con le celebrazioni, anche foggiane, dell'Assunta e, più anticamente, di una Magna Mater venerata in tutto il Mediterraneo. Faccio seguire le connessioni a livello culturale che la Madonna e la sua leggenda evocano. cui talvolta, nell'alzarne il velo, si rischia di perderne il fascino; l'uomo, infatti, esprime difficili concetti attraverso la metafora. Ho già detto, per esempio, che i Santi Guglielmo e Pellegrino alludono al rapporto padre-figlio. La leggenda della Madonna incorpora il rito delle acque sulle fiamme; il quadro della Madonna, poi, emerge dalle acque, come altre Madonne, per esempio: il quadro della Madonna della Madia a Monopoli, e nell'antichità la stessa dea Venere; non sfugga la differenza: nel mondo cristiano emerge dalle acque un quadro, nel mondo pagano direttamente la divinità; l'acqua è simbolo della femminilità. La Nicopeia è una forma altrettanto antica: si pensi che al centro del Partenone, ad Atene, come elemento culmine vi è la Nike alata, ossia la dea della Vittoria; più cristianamente la Madonna ostenta, nel Cristo, la vittoria dell'Amore e della Luce. Il bue genuflesso può anche alludere all'agricoltura: nel Tavoliere normanno si auspicava che essa lasciasse il posto alla pastorizia. E tuttavia nel bue può anche riflettersi una immagine di Attis, un giovinetto fedele della dea Cibele che, come il bue, era castrato ed era una divinità connessa alla vegetazione, al rifiorire della vita. Tutti culti della nostra terra, anteriori al Cristianesimo che ha saputo raccogliere i fermenti precedenti, attraverso un processo detto sincretismo. Un accenno ai Veli: da essi il nome Velia, diffuso a Foggia; i veli sembrano uno strascico delle lotte fra iconoclasti ed iconoduli (adoratori o meno delle immagini); anche qui la nostra Madonna, venerata in un’area di confine fra Langobardi e Bizantini, prima, poi fra Normanni e Bizantini, offre una soluzione di compromesso fra due mondi, due culture: l’immagine c’è ma è velata! Un insegnamento per il mondo moderno.

- Il rito delle fiamme sulle acque dovette essere antico almeno per quanto ancora oggi è esteso. Cercatelo sul Gange… lo troverete anche sul Po! Penso alle cinque fiamme che contrassegnavano il culto della dea Dematüra e che si incontrano sui sarcofagi dei fedeli di cui uno è conservato a Lucera. Esso è ricordato nello stemma della città di Foggia, che un tempo conteneva più di tre fiamme, ma anche nei documenti: Mons. De Sanctis mi mostrò, in una pergamena del sec. XV, conservata nell'archivio della Cattedrale di Troia, un : "nominatim a Focis", che si riferiva a Foggia, ossia: "così chiamata dai fuochi.". Ciò dimostra che il rito delle fiamme sulle acque colpì per secoli la fantasia delle genti, ma per quanto riguarda l'origine del nome della città è un'altra storia e ve la racconto qui sotto.

- Il toponimo Foggia: non deriva dai fuochi ma dal latino FOVEA 'fossa, luogo basso, anche invaso da acqua' ed in questa fossa trovava posto uno stagno, fra il santuario e la primitiva Foggia, che in seguito venne intesa anche come Terravecchia. Foggia quindi NON deve il suo nome alle fosse granarie del Piano delle fosse, che è molto posteriore alla città, e cioè del sec. XVIII; le fosse, poi, avrebbero richiesto il plurale: Foggi o Fogge, come I Ngurnätë 'Le Incoronate”, purtroppo oggi reso al singolare con Incoronata. Non una fossa qualsiasi ma una fossa connessa ai riti dell'acqua e del fuoco, in onore della Madonna, insomma la... fossa per antonomasia. Foggia è un toponimo diffuso sia in Puglia che in altre regioni come la Sicilia, ma anche in altre zone dove si parla una lingua romanza, ossia il latino che si parla oggi. - Sancta Maria in Foce o de Focis: la Madonna era così indicata nelle pergamene antiche, cioè: Santa Maria nella Foce, poi venne chiamata dell'Iconavetere, cioè della vecchia icona, infine dei Sette Veli. La Foce era lo stagno che trovava posto nella Fovea: corrisponde all'italiano foce 'bocca di fiume'. Le forme: in foce o de focis - ed in quest'ultimo si può intravedere una allusione ai fuochi - non vanno confuse con FOVEA, come molti credono, si tratta di due parole diverse. Lo stagno forse giungeva fino a via Lucera dove è attestato un convento di San Nicola in Foce; esso si trovava fra l'attuale Distretto Militare, ex convento di Sant'Antonio, ed il Cappellone delle Croci; ma niente esclude che si potesse trattare di un altro stagno, contiguo a quello di Santa Maria. Foggia non mancava di acquitrini, si confronti via Pantano presso Piazza Nuova.

Lo stagno non poteva trovarsi a Piazza del Lago, secondo la tarda ricostruzione Sette Ottocentesca, in quanto la piazza si trova in un luogo alto e pietroso e non paludoso e basso. Se si osserva l'andamento del terreno, davanti alla cattedrale esso ha un livello ben più basso che non in Piazza del Lago, e viene interrotto solo da una schiena a Piazza Mercato; il livello si abbassa ancora in  via Arpi e via Ricciardi. Poiché la falda era alta e le acque piovane non erano sufficientemente drenate è proprio in questi luoghi che andrebbe cercato lo stagno o gli stagni su cui si svolgeva il rito delle fiamme sulle acque.

 

 

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