La morte del grande Imperatore
(dal libro di Benedetto Biagi – Foggia Imperiale – 1933)
I dolori delle private sventure, il logorio della lotta immane che non gli lasciava un momento di tregua, la sensazione del tradimento che si nascondeva perfino tra le file dei suoi intimi amici – ricordate Pier delle Vigne, colui che tenne ambo le chiavi del suo cuore? – lo avevano profondamente avvilito. Il grandioso edificio imperiale crollava sotto la furia dei colpi nemici. Ridotto ad una disperazione estrema, fece ritorno nella Puglia, unico angolo di pace che gli rimaneva nel grande teatro della guerra, unica zona dove stavano in piedi gli ultimi avanzi della sua potenza, della sua gloria.
E dalla Puglia piana scriveva minaccioso ai bolognesi che tenevano prigioniero il dilettissimo e sventurato Enzo: “Non crediate spenta la forza dell’impero; interrogate gli antenati ed essi vi diranno che l’avo nostro, il vittorioso Federico seppe, quando volle, dominare i milanesi assai più forti di lui; lande noi vi domandiamo e chiediamo che vogliate tosto lasciar libero il nostro diletto figlio Enzo, Re di Sardegna, in un con gli altri nostri fedeli. Se ciò voi farete noi esalteremo la città vostra al disopra di tutte le altre; se nol farete il nostro grande e trionfale esercito assalirà Bologna, sottoponendola a tale castigo da farla diventare la favola e l’obbrobrio delle Nazioni”. Egli era vinto ma non domo. Come leone ferito, grò cupo e sospettoso per le città fedeli, incitando gli animi alla resistenza contro i nemici implacabili, contro il Comune di Bologna, divenuto il centro principale della rivolta. Oh! la fiera risposta era arrivata come una spada tagliente sul suo cuore sgomento: “Non speri la maestà vostra – avevano detto i bolognesi – di atterrirci con gonfie parole; noi non siamo canne di palude che un po’ di vento agita e sbatte, né simili a piume, né siam brume che si dissolvono ai raggi del sole. Il re Enzo ci appartiene, come crediamo sia nostro diritto e lo terremo. Contro la vostra vendetta impugneremmo le spade, resistendo da leoni; né alla maestà vostra gioverà molto l’esercito immenso, dappoichè dove sono molti nasce la confusione ed avviene talvolta che un cinghiale sia tenuto a freno da un cane”. Ormai non v’era più via d’uscita, o resistere o morire.
In questa suprema circostanza stabilì in Foggia il suo quartiere generale. Nell’ottobre del 1249, nel febbraio, nell’aprile, nel maggio, nel luglio, nell’ottobre, nel novembre e nel dicembre del 1250 qui tentò di riordinare il suo esercito a piedi e a cavallo, esercito chelo avrebbe dovuto condurre alla riscossa. Inutili e vani sforzi della sua tenacia implacabile! La provvidenza aveva segnato il destino dell’aquila imperiale ferita alla Fossalta!
Sbrigò a Foggia, nell’anno fatale, molte pratiche di governo, comparve per un’ultima volta nel castello sfarzoso posto sulla solitaria collina di Belmonte, passò in rassegna le quadrate legioni dei temuti Saraceni racchiusi nella superba mole di Lucera, poi si avviò nella incantevole dimora di Fiorentino. Una terribile dissenteria, ribelle alle cure dei valenti medici di corte, lo colpì. All’avvicinarsi della grande ora dettò il suo testamento, confessò le sue colpe a Berardo il fedele arcivescovo di Palermo e, ricevuta l’assoluzione, il 13 dicembre 1250 spirò fra le braccia dell’amatissimo figlio Manfredi. L’ateo, l’eretico, l’epicureo Imperatore si era rifugiato sotto le grandi ali della misericordia divina, implorando il perdono dei suoi errori; si era riconciliato con la Chiesa
“In ipsis quidam mortem iudiciis, preter dona mirifica et beneficia gloriosa que in testamenti serie fidelibus gratanter indulsit, sacrosantam Romanorum Ecclesiam matrem suam in corde contrito, velut fidei orthodoxe zelator, humiliter recognovit, et damna que dudum ecclesiis invitus forsitan vel potius provocatus intulerat, integre restaurando sancivit”.
La sua salma, composta della bara, venne trasportata nella sua città prediletta. Le muradella reggia, mute testimoni dei suoi trionfi, delle sue glorie, delle sue sventure, accolsero per l’ultima volta le sue spoglie mortali.
E dalla reggia Manfredi spedì l’annuncio di morte dell’Imperatore. Lo spedì al popolo, lo spedì al fratello Corrado. “ E’ caduto – egli diceva – il sole del mondo che risplendeva sulle genti, è caduto il sole di giustizia, è caduto l’autore di pace”.
E venne imbalsamato con somma cura degli scienziati della scuola medica salernitana. La parte interiore, che era stata scossa dai fremiti di gloria, il suo cuore che aveva palpitato di affetto per la sede reale ed imperiale, furono tolti e donati alla città che tanto lo aveva venerato in vita. E la città accolse il prezioso dono, lo racchiuse in una urna di marmo e lo fissò su quattro colonne di verde antico sulla porta del tempio maggiore, su quella porta che tante volte aveva veduto entrare la cesarea maestà, con tutta la sua corte sfarzosa, al cospetto di Dio grande e misericordioso, per implorare la vittoria dei suoi soldati. Il resto della salma, reso incorruttibile nei secoli, fu posto di nuovo nella bara, vestito di preziosi indumenti orientali, sui quali erano ricamate delle iscrizioni arabe. Aveva al fianco la spada, sul petto il pomo imperiale e in testa la corona. Così abbandonò per sempre la città prediletta e camminò circondato dai saraceni muti e commossi, seguito dai soldati a cavallo e dalla turba dei baroni e dei governatori cinti di gramaglie, camminò lungo le terre di Puglia piana, lungo le terre della Trinacria olezzante di fiori e di aranci e ritornò a Palermo. Lungo il cammino il popolo lo salutò reverente e commosso.