di Alberto Manganowww.manganofoggia.it
Come era il Natale a Foggia
Subito dopo i bombardamenti Foggia stenta a rialzarsi poiché i ricordi sono ancora nitidi e il dolore per i suoi morti è ancora intenso; la festa del Natale,quindi, rappresentava un momento di serenità, di tranquillità con cui rafforzare la propria fede in un clima comunque festoso. L’atmosfera natalizia cominciava il giorno dell’Immacolata quando si usava accendere i falò (fanoje), dopo aver racimolato legna per settimane e sistemata in grandi cataste; di solito si usava aspettare, prima di inziare a dare fuoco, che arrivassero i fedeli in uscita dalla chiesa per l'ultima messa vespertina; costoro si avvicinavano al falò in processione con il parroco avanti che benediceva il fuoco. La tradizione dei falò, non solo foggiana, ha diversi significati il più accreditato dei quali è riconducibile alla futura maternità della Madonna la quale, dopo aver lavato i panni per il nascituro, li avvicina al fuoco per asciugarli. La festa per le fanòje era più per i ragazzi e i bambini che da giorni andavano in giro per il quartiere a raccogliere legna, a “rubarla” nei cantieri, e la stessa veniva poi accumulata nel luogo individuato per la sistemazione del falò. In quella giornata si instaurava una vera e propria gara tra i quartieri nell'allestimento del rogo più bello o che sviluppava il fuoco più alto ma poi, con il passare del tempo, a causa della diminuzione degli spazi aperti, questa usanza si è ridotta solo ad alcuni quartieri periferici per cui si è perso anche il gusto della competizione.
L’atmosfera natalizia, non esaltata allora dalle vetrine illuminate o dalle scintillanti luminarie, continuava il con la festa di S.Lucia: il 13 dicembre, fino ai primi anni 50, veniva celebrata nella chiesa di San Michele una prima messa mattutina alle ore 05,00. Nella serata precedente a cavallo della nottata tra il 12 e il 13 veniva preparato un grande falò sulla via Capozzi, proprio davanti alla chiesa. All’uscita della messa mattutina il falò consumato lasciava naturalmente tizzoni ardenti sotto la cenere, tanto che le famiglie per abitudine portavano uno di questi tizzoni a casa per poter dire : “ci siamo riscaldati col fuoco di Santa Lucia…..ciamme scalfàte ku fuche de Santa Lucije” .Proprio in questa circostanza all’uscita della celebrazione dopo i saluti si prese a dire: “Tezzòne e caravone ogne ‘e une ‘e case lore”. In questa giornata c’era anche un’usanza particolare ed era quella di mandare ad amici e parenti, in segno di benevolenza e d’amicizia, la “pagnottella di S.Lucia” che era poi restituita al mittente l’anno seguente.
In questi giorni le mamme e le nonne erano intente alla preparazione dei dolci tipici natalizi tra cui i taralli neri che si preparavano impastando la farina con il vincotto e che poi si portavano al forno in quanto una volta non se ne aveva uno proprio in casa. Le “mandorle atterrate”, da sempre le più apprezzate dai bambini, si preparavano con lo zucchero e con un po’ di cacao girandole continuamente in un pentolino sul fuoco evitando di fare attaccare l’impasto; le mandorle, non pelate, si facevano prima abbrustolire e poi si dovevano “atterrare” sul tavoliere, quello usato per preparare la pasta fresca, attenti sempre a tenerlo sufficientemente bagnato per evitare che le mandorle si attaccassero e abili nel conoscere il momento giusto per staccarle dal tavoliere.
Le cartellate si impastavano con il vino dolce e con l’aggiunta di chiodi di garofano e olio; si preparavano a con la “rotella” e i bimbi aiutavano le mamme a formare gli occhielli e ad avvolgerle su se stesse. Venivano condite con il miele o il vincotto e guarnite con confettini piccoli e colorati o cioccolato tritato.
Praticamente, nei giorni precedenti il Santo Natale, per la città si udivano suoni, si percepivano odori che insieme creavano una magica atmosfera indelebile nei ricordi dei fanciulli di allora e che aiutava una comunità a riprendersi da un recente passato triste e non ancora dimenticato.
Ma certamente in questi giorni l’attesa più spasmodica e inebriante era per quello che rappresentava il punto fermo della festività natalizia e cioè la preparazione del presepe. Ho voluto riportare le parole di un noto presepista foggiano, Vito Erriquez, che, in “Il Natale e le sue tradizioni in terra appula nei ricordi di un pugliese”, riporta i suoi ricordi di bambino riguardanti questa importante realizzazione:
“ …si trascorrevano serate intere prima a progettare e poi a costruire. Scelto l’angolo dove farlo, si cominciava inchiodando le tavole di fondo che dovevano poi reggere la struttura che era fatta di pezzetti di legno inchiodati con le “semenzelle”, chiodini. Realizzato lo scheletro si passava a rivestirlo con la carta da imballaggio che era prima appallottolata per dare l’impressione della rugosità della roccia e, poi, incollata alla struttura. La scenografia era costituita da montagne rocciose con burroni e strapiombi. Si facevano anche delle stradine che scendevano dalle montagne verso la grotta che, normalmente, era situata nel centro ed era attorniata da botteghe ricavate nei fianchi della montagna. Terminato il plastico, per la colorazione si usava un aerografo , lo spruzzatore a stantuffo del DDT. I colori di base erano polveri da sciogliere in acqua: la terra d’ombra bruciata e il blu oltremare con qualche spruzzata di terra rossa o di terra di Siena bruciata. Si passava poi alle opere d’ingegneria idraulica: la costruzione di una fontana o di una cascata, realizzate con acqua vera, che era fatta cadere per gravità da un contenitore (messo in alto e nascosto dietro le montagne) che doveva essere riempito di volta in volta prima che arrivassero ospiti.
In seguito, si collegava l’impianto elettrico e nella Grotta si metteva una luce fissa, per illuminare la Natività che doveva restare accesa fino il giorno dell’Epifania. Infine, dopo il muschio, si posizionavano le statue. La sistemazione delle figure comportava sempre qualche problema perché, nonostante la cura con cui erano state riposte l’anno precedente, ce n’era sempre qualcuna con qualche braccio o gamba rotta o con la testa mancante.
Eseguiti i restauri, si passava poi ai dettagli: vicino alla grotta si metteva un laghetto ottenuto con un pezzo di specchio. Al lato, si poneva un pescatore che reggeva una canna da pesca, alla cui lenza era attaccato un pesciolino. Di fianco era sistemata la lavandaia che risciacquava i panni. Sulle stradine di montagna si mettevano i Re Magi che di giorno in giorno erano spostati per avvicinarli alla Grotta. In alto, sulle montagne, si sistemavano le casette delle finestre illuminate. La neve del Presepio non era altro che la farina che, con la collaborazione di mia sorella, riuscivo a sottrarre alla mamma la quale, proprio in quei giorni, faceva gli impasti per preparare i dolci natalizi. Sulle pareti dell’angolo dove era sistemato il Presepio era attaccato un foglio enorme raffigurante il cielo stellato. Dulcis in fundo, perimetralmente, s’inchiodavano alcuni rami di pino cui s’appendevano frutta e qualche caramella o cioccolatino…”
Ovviamente, come in tutte le feste che si rispettano, anche il Natale vanta le sue tradizioni culinarie che, oltre ai dolci già riportati, prevedevano e prevedono tutt’oggi, alcune regole abbastanza rigide che riporto fedelmente come mi sono state inviate un paio di anni fa da Vincenzo De Filippo:
24 e 31 mattina come si suol dire "si fa vigilia".Non si pranza ma in compenso le massaie preparano le pettole che fanno da viatico al cenone della sera...durante l'arco del giorno è facile che per le strade s'incontri gente che porta con sè il tipico odore di fritto (per questo motivo nella maggior parte delle case, si chiudono le porte delle stanze stipandovi dentro i cappotti, sperando che dalla cucina non arrivino "i fumi"). Un tempo le pettole venivano accompagnate da broccoli di rape lessati e conditi con olio e sale.
'24 e sera': il pesce è il padrone incontrastato della tavola. Abbondante antipasto di mare,fettuccine con il tonno o zuppa di pesce, capitone fritto, arrostito o lessato, dentice al forno oppure arrostito,per i bambini l'immancabile cotoletta(solo a loro è concesso di non rispettare le tradizioni culinarie, ma fino ad una certa età,poi la tradizione vale per tutti). Per finire si passa alla frutta fresca(preferibilmente agrumi,in particolare mandarini;mia nonna teneva a precisare che prendeva mandarini "originali", che avessero quindi al loro interno i noccioli, la buccia più chiara e il caratteristico profumo facilmente distinguibile anche a quattro-cinque metri di distanza, e non i "ricchioni" che sono un incrocio tra mandarino ed arancia, e che sanno più di arancia che di mandarino), e alla 'scurzime' (frutta secca:noci, nocelline,castagne ,mandorle,semi di zucca...). Si arriva quindi ai dolci che comunque vengono presentati a tavola durante tutto l'arco delle festività: cartellate, mènele atterrate, taralle nère, turruncine, purcelluzze, mustacciule e quant'altro. Per concludere alla grande arriva 'u limone',preparato nei giorni che precedono le feste. Dopo cena, c'è tempo per una tombolata o un giro alle carte(il "sette e mezzo" o la "stoppa") e per 'a 'mberte'(la regalìa).
giorno 25: il pranzo è caratterizzato da antipasto di terra , 'brode de vicce chi tagliuline' (fettuccine in brodo di tacchino), tacchino,nuovamente capitone,ancora frutta fresca ,frutta secca e dolci tipici di cui sopra. Per finire l'immancabile e fiero 'limone'.
giorno 26. tutto come a Natale tranne che per il primo... pasta al forno o lasagne...”Altro rito che è rimasto è quello che il più piccolo di casa, la notte di Natale, a mezzanotte sfilava per la casa con il bambinello, accompagnato dalla famiglia cantante “Tu scendi dalle stelle”, e lo sistemava nella grotta in una culla che era rimasta vuota dal giorno della preparazione del presepe.