Presepisti foggiani

a cura di Alberto Mangano www.manganofoggia.it

 

Nel mese di settembre del 2008 conosco due persone che mi invitano a fare una chiacchierata con loro: sono Ciro Inicorbaf e Michele Clima, due noti presepisti foggiani. Mi appassiono subito ai loro racconti, mi mostrano libri, articoli di giornale, fotografie. Quello che emerge subito è la loro grande passione per l'arte del costruire i presepi ma soprattutto la loro estrema foggianità che cercano sempre di esprimere nelle loro opere. Io, forse perchè incantato dalla magia del presepe che rievoca sempre sentimenti di felicità e spensieratezza legati alla fanciullezza, o forse per la curiosità di andare in fondo per scoprire o per capire meglio la loro nobilissima arte, ho deciso di dedicare questa pagina ai presepisti locali affinchè possano avere, tramite il mio modesto contributo, il giusto riconoscimento che meritano.

                                             Alberto Mangano

 

Ciro Inicorbaf

Nato a Foggia il 2 aprile del 1949 da genitori foggiani (il primo Inicorbaf compare a Foggia nel 1864 e, fatto curioso, nasce il 2 aprile del 1849) fin da ragazzo è attratto dal mondo dell’arte. Infatti, nei primi anni 60, fonda diversi gruppi musicali e fa concerti a livello locale e nazionale accompagnando con strumenti a corda anche cantanti di fama nazionale dell’epoca.

Dagli anni settanta fino agli anni ottanta lavora come ispettore presso l’Ispettorato Sud dell’Ente Teatrale Italiano con sede a Foggia. Quelle esperienze teatrali gli danno la possibilità di lavorare con i più grandi artisti nazionali ed internazionali del teatro di prosa. Insieme con un team di teatranti foggiani collabora alla stesura di diversi testi teatrali avendo come riferimento sempre Foggia e la Capitanata e portando la sua foggianità in quasi tutti i teatri dell’Italia meridionale e nei teatri più importanti dell’Italia settentrionale.

Alla fine degli anni 80 lascia, per motivi familiari, l’Ente Teatrale Italiano per approdare ad un lavoro meno affascinante ma più tranquillo.

La voglia di fare teatro gli ritorna prepotente e allora tira fuori dalle sue esperienze infantili “Il Presepio”.

Conosce un grande presepista, l’architetto Vito Erriquez (foggiano anche lui e purtroppo deceduto il 7 settembre 2002) e acquisisce le tecniche del grande maestro trasferendole sul territorio che tanto ama.

Partecipa a corsi di tecniche presepistiche in diverse città d’Italia.

Insegna tecnica presepistica e racconta la storia di Foggia e della Capitanata in molte Scuole di qualsiasi ordine e grado della città e della Provincia.

Crea diversi presepi ove le natività, spesso nere come le madonne di Capitanata, si inseriscono in un ambiente popolare vicino alla sua terra.

Dotato di grande creatività, di profondo spirito artistico e di una naturale vena poetica, nel chiuso di una stanza, di un’aula o di una chiesa rinnova ogni anno i suoi suggestivi presepi. Le opere presepiali di Ciro Inicorbaf, rappresentazione tra il reale e l’immaginario della propria terra, hanno come elemento comune l’alone fantastico della Capitanata Federiciana, la ricerca certosine delle colonne sonore con riproduzione di musiche d’epoca e suoni dell’ambiente rappresentato: rintocchi di campane, versi d’animali, voci della natura.

Spinto dai lusinghieri commenti sulle sue opere, espressi da studiosi locali e nazionali, e dal grande entusiasmo che i suoi lavori riescono a destare tra la gente, ogni anno realizza opere presepistiche a tema individuando nelle scuole il sito ideale per attuare corsi sulla costruzione di presepi storici, artistici e religiosi in collaborazione con studenti e docenti.

Nel giugno del 2002 fonda a Foggia presso i locali dell’antica chiesa di San Tommaso, in via del Gufo, il primo Gruppo Presepistico (Foggia era una delle pochissime città d’Italia a non avere un Associazione di presepisti) e, nel giro di due mesi, aderiscono all’iniziativa oltre 50 persone. Ultimamente si dedica alla riscoperta degli antichi presepi di Capitanata mostrando a Foggia l’antico presepio a sagome (abbandonato in una chiesa) di San Marco in Lamis, unico in Puglia e,forse, nel Mezzogiorno d’Italia. Scrive vari articoli che parlano dell’antica cultura dei presepi di Capitanata sulla prestigiosa rivista internazionale “Il Presepio”, edita dall’Associazione Nazionale Amici del Presepio di Roma, e su vari giornali a carattere provinciale, regionale e nazionale. Nel 2003 gli viene conferito il Premio Augustale d’oro – città di Foggia – per la sezione “Arte”. Il premio è un pubblico riconoscimento a quei cittadini che si sono maggiormente distinti, per attività ed impegno, a favore della città di Foggia e della comunità nazionale ed internazionale.

 

Riporto quello che Ciro Inicorbaf riporta sul suo libro "L'incanto del presepio":

 

I Puparille dà Cucciàre (figure presepiali di un’antica bottega foggiana) 

A settembre 2005 il caro amico Bepi martucci mi chiamò per mostrarmi una serie di figurine presepiali che da decenni teneva chiuse in una vecchia scatola di cartone. Recatomi a casa Martucci e aperto il vecchio cartone, i miei occhi si riempirono di commozione, le piccole figurine in terracotta che Bepi tirava fuori dalla scatola mostravano una storia, una cultura, una tradizione che sembrava ormai scomparsa.

Da dove venivano? Chi le aveva fatte? Chi le aveva vendute?

Immediatamente scattò la molla del presepista ricercatore e dopo varie indagini riuscii a capire, almeno credevo, la provenienza, il costruttore e il venditore. L’anno successivo andai a Bergamo per problemi di salute e dopo le dimissioni dall’ospedale mi recai al Museo del Presepio di Grembo in Dal mine; mi deliziai nel vedere tante bellissime opere, fra l’altro vi erano anche alcuni meravigliosi presepi del nostro concittadino Vito Erriquez. Nella sezione dei presepi regionali, notai una notevole somiglianza tra le figure liguri con quelle dell’amico Bepi, anzi erano quasi uguali. Quest’episodio mi fece riflettere sulla provenienza delle figurine che avevo visto a casa Martucci ed appena tornato a Foggia, ricominciai le ricerche. Quello che ho scoperto non è chiaramente la soluzione definitiva, ma le ipotesi raccolte porteranno, in seguito, alla spiegazione finale.

Le figure presepiali di casa Martucci provengono dall’antica bottega “a Cucciàre”. La bottega/emporio era situata in via Polare al civico 31 o 33 e oltre alla vendita, nel periodo natalizio, di articoli per il presepio vi erano anche prodotti in terracotta quali: carusille (salvadanai), gràste (piante), cicene (orci), vrascère (bracieri) e altri manufatti costruiti da artigiani locali. Probabilmente la bottega “a Cucciàre” era gestita dalla signora Ritroso. Sulla strada c’erano altre botteghe tipiche della prima metà del secolo scorso, fra gli altri negozi mi piace citare quello dell’acquarule (acquaiolo) che si approvvigionava d’acqua presso il pozzo comunale, ormai scomparso, nei pressi di via Angiolillo.

Le ricerche sulla provenienza e sulla costruzione dei manufatti non rivelano ancora dati precisi e significativi, ma certamente le figure vendute nella bottega “a Cucciàre” sono incredibilmente simili a quelle che si costruivano in Liguria.

E’ possibile che alcuni stampi siano arrivati a Foggia alla fine del XIX secolo dando luogo alla produzione di figure presepiali che ancora oggi sono gelosamente custodite in alcune case della città. E’ stato possibile mostrarle per la prima volta grazie al dottor Giuseppe Martucci proprietario di una grossa collezione comprata da suo padre in quegli anni  

 

 

Vito Erriquez

Foggiano, laureato in architettura, scomparso nel 2002, è considerato uno fra i maggiori presepisti italiano, di valore internazionale, scrittore di testi presepiali, pubblicazioni varie e collaboratore a diverse riviste d’arte. Del grande Maestro rileggiamo un meraviglioso articolo che narra della sua infanzia a Foggia, degli usi, dei costumi e delle tradizioni nel periodo natalizio:

 

IL NATALE E LE SUE TRADIZIONI IN TERRA APPULA NEI RICORDI DI UN PUGLIESE

 

Il Natale è un’occasione di pace, d’amore e di serenità. Quando l’atmosfera natalizia s’impradonisce di noi, tornano alla memoria i ricordi di un’infanzia felice e spensierata. Siamo nel dopoguerra e non c’era il benessere che c’è oggi. Le famiglie erano di tipo patriarcale: comprendevano i nonni, i genitori e i figli. Allora non c’era la TV e quando cominciava ad imbrunire noi ragazzi eravamo già tutti a casa. Le serate si trascorrevano ultimando i compiti scolastici o chiacchierando con i genitori e i nonni, tutti riuniti intorno al braciere di rame per scaldarci. Dal braciere, pieno di carbonella, ogni tanto si levava un profumo dovuto alle bucce d’arancia e mandarino che si mettevano sui carboni accesi per purificare l’aria. Quando parlo della Puglia mi riferisco a Foggia dove sono nato.

In questa città il clima della festa cominciava ad avvertirsi già dal 13 dicembre per il falò tradizionale che ogni contrada accendeva in onore della Santa della luce. Enormi cumuli di legna erano incendiati al calar della sera. Lo scopo di questi falò era scaramantico e serviva a tener lontani malanni e problemi che affliggevano la popolazione. In qualche chiesa già si poteva udire la “pastorale” di S.Alfonso Maria de’ Liguori suonata dall’organo. C’era anche un’usanza particolare ed era quella di mandare ad amici e parenti, in segno di benevolenza e d’amicizia, la “pagnottella di S.Lucia” che era poi restituita al mittente l’anno seguente. Intanto anche nelle strade cominciavano a vedersi i segni della festa: gli zampognari, partiti dall’Abruzzo suonavano agli angoli delle strade seguiti, normalmente, da un gruppo di ragazzi festanti. La coppia degli zampognari era formata da un anziano che suonava la zampogna e da un giovane che dava fiato alla “ciaramella”, cennamella.

Dopo S.Lucia, sia nelle chiese che nelle case si cominciavano a costruire i Presepi. Su di me bambino il Presepe ha sempre avuto un fascino ad un incanto particolare. Ricordo l’eccitazione e l’ansia che mi prendeva alla fine di novembre e cominciavo già a contare i giorni che mancavano al Natale per fare il Presepe. L’esecuzione vera e propria era demandata a mio padre e mio nonno. Si trascorrevano serate intere prima a progettare e poi a costruire. Scelto l’angolo dove farlo, si cominciava inchiodando le tavole di fondo che dovevano poi reggere la struttura che era fatta di pezzetti di legno inchiodati con le “semenzelle”, chiodini. Realizzato lo scheletro si passava a rivestirlo con la carta da imballaggio che era prima appallottolata per dare l’impressione della rugosità della roccia e, poi, incollata alla struttura. La scenografia era costituita da montagne rocciose con burroni e strapiombi. Si facevano anche delle stradine che scendevano dalle montagne verso la grotta che, normalmente, era situata nel centro ed era attorniata da botteghe ricavate nei fianchi della montagna. Terminato il plastico, per la colorazione si usava un aerografo , lo spruzzatore a stantuffo del DDT. I colori di base erano polveri da sciogliere in acqua: la terra d’ombra bruciata e il blu oltremare con qualche spruzzata di terra rossa o di terra di Siena bruciata. Si passava poi alle opere d’ingegneria idraulica: la costruzione di una fontana o di una cascata, realizzate con acqua vera, che era fatta cadere per gravità da un contenitore (messo in alto e nascosto dietro le montagne) che doveva essere riempito di volta in volta prima che arrivassero ospiti.

In seguito, si collegava l’impianto elettrico e nella Grotta si metteva una luce fissa, per illuminare la Natività che doveva restare accesa fino il giorno dell’Epifania. Infine, dopo il muschio, si posizionavano le statue. La sistemazione delle figure comportava sempre qualche problema perché, nonostante la cura con cui erano state riposte l’anno precedente, ce n’era sempre qualcuna con qualche braccio o gamba rotta o con la testa mancante.

Eseguiti i restauri, si passava poi ai dettagli: vicino alla grotta si metteva un laghetto ottenuto con un pezzo di specchio. Al lato, si poneva un pescatore che reggeva una canna da pesca, alla cui lenza era attaccato un pesciolino. Di fianco era sistemata la lavandaia che risciacquava i panni. Sulle stradine di montagna si mettevano i Re Magi che di giorno in giorno erano spostati per avvicinarli alla Grotta. In alto, sulle montagne, si sistemavano le casette delle finestre illuminate. La neve del Presepio non era altro che la farina che, con la collaborazione di mia sorella, riuscivo a sottrarre alla mamma la quale, proprio in quei giorni, faceva gli impasti per preparare i dolci natalizi. Sulle pareti dell’angolo dove era sistemato il Presepio era attaccato un foglio enorme raffigurante il cielo stellato. Dulcis in fundo, perimetralmente, s’inchiodavano alcuni rami di pino cui s’appendevano frutta e qualche caramella o cioccolatino. Nelle giornate precedenti la Vigilia, nelle strade e nei vicoli si sentiva il profumo e la fragranza delle leccornie provenienti dalle varie abitazioni.

Per le festività, le case erano affollate di parenti, giunti anche da lontano, che si riunivano per trascorrere assieme il Natale.

Per noi pugliesi, il rito natalizio era diviso in due parti: quello gastronomico e quello religioso. Per il rito gastronomico, era tradizionale in ogni casa la gran mangiata perché in una cultura popolare, cresciuta nella fame, si festeggiava non solo col cuore ma anche con lo stomaco. Durante le festività si seguivano le antiche ricette, il che significava cucinare per ore.

Nel giorno della Vigilia, a mezzogiorno, si osservava il digiuno rotto soltanto da qualche “pettola”. Le pettole, il cui impasto deve avvenire tra la mezzanotte e l’alba, sono un miscuglio di farina, lievito di birra, sale e acqua tiepida. A palline sono fritte in olio bollente. Alcune sono interamente vuote, altre sono ripienecon diversi ingredienti come pomodori, capperi, peperoncino, olive, carciofini lessati, baccalà. La sera si arrivava al cenone con un appetito piuttosto notevole e il cenone era costituito da:

Linguine al sugo di anguille o capitoni provenienti dai laghi di Lesina o di Varano;

Spiedini di capitone, con foglie d’alloro, cotto alla brace;

cefalo al forno;

Baccalà fritto e in bianco condito con olio d’oliva pugliese extravergine e limone;

Contorni: broccoli di rape conditi con olio d’oliva e limone, indivia riccia, finocchi e cuori di sedano;

Pane casalingo cotto nel forno a legna;

Vini pugliesi bianchi, rossi e rosati a seconda del menù;

Frutta fresca di stagione: arance, mandarini, pere, mele, melone giallo e uva;

Frutta secca: noci, arachidi, mandorle, fichi secchi mandorlati, castagne “del prete” (infornate con tutto il guscio) e datteri;

“Rosoli” che sono liquori fatti in casa al limone, al mandarino e il classico nocino.

Il panettone, il pandoro e analoghi prodotti industriali erano del tutto sconosciuti e non figuravano sulle nostre mense.

Pertanto i dolci fatti in casa erano:

“Cartellate” che si ottengono con strisce d’impasto dolce (tipo lasagna) che vanno strette tra il pollice e l’indice ad intervalli uguali e sono attorcigliate a forma d i cestino. Sono fritte e poi condite col miele e col vin cotto e punteggiate da confettini argentati e colorati, cannella e cacao. Le “cartellate” simboleggiavano le lenzuola che coprono il Bambino Gesù nella fredda mangiatoia;

“Mostaccioli che simboleggiavano i dolci del battesimo di Gesù;

“Calzoncelli”, sfoglia ripiena di marmellata e simboleggiavano il guanciale sul quale il Bambino Gesù posa il capo;

“Castagnelle” sono un’amalgama di tenero impasto di mandorle dolci pugliesi del colore e forma delle castagne;

“Mandorle atterrate” sono un impasto di mandorle infornate e poi immerse nella cioccolata bollente. Però sono mangiate quando l’impasto si è raffreddato;

“Taralli neri” impastati con zucchero e vin cotto.

A tavola gli adulti mangiavano, bevevano e chiacchieravano, noi ragazzi a volte saltavamo le varie pietanze perché non vedevamo l’ora che fossero serviti i dolci.

Terminato il cenone si sparecchiava velocemente la tavola e si cominciava a giocare a tombola. Per il rito religioso: altro momento molto atteso della Vigilia era rappresentato, nelle famiglie tradizionali, dalla” processione” con in testa i bambini, la più piccola, mia sorella, portava il Bambino Gesù, seguivano gli adulti in fila, secondo il rituale, ciascuno con una candela in mano e intonando il canto: “Tu scendi dalle stelle”. Dopo il giro per le varie stanze della casa e quando tutti avevano baciato il Bambinello, mio padre lo riponeva nella Grotta e per un attimo si aveva l’impressione che, circondato dalle amorevoli cure della Madonna e S.Giusepe, gesù ci sorridesse.

Di lì a poco sarebbero suonate le campane per chiamare i fedeli alla S.Messa. Alla Messa di mezzanotte, naturalmente, andavano solo gli adulti, mentre noi bambini andavamo a letto e stentavamo a prender sonno per la gioia che il giorno dopo era Natale e speravamo che la festa della Befana non arrivasse mai per dover disfare il Presepio. Nelle strade, dopo l’uscita della Messa, il vociare delle persone si spegneva a poco a poco fino a quando il silenzio della notte inghiottiva ogni cosa.

Il giorno di Natale, noi ragazzi ci levavamo più tardi e insieme alla famiglia ci recavamo a Messa. In chiesa, dopo la funzione sacra, c’era il Presepe da vedere, così grande da occupare un’intera cappella. Logicamente, per colpa mia, eravamo gli ultimi ad uscire dalla chiesa e mi dovevano letteralmente trascinare via, altrimenti dal Presepio non mi sarei mai staccato.

Tornati a casa fervevano già i preparativi per il pranzo, il cui iter era:

“Tagliolini” (pasta fatta in casa, tipo capelli d’angelo) in brodo di cappone;

Lesso condito con olio e limone;

“Tiella”, pentola d’agnello con patate al forno;

Contorni, frutta fresca, frutta secca, dolci, vino e rosolio come la sera della Vigilia.

Durante il pranzo di Natale, noi bambini eravamo in trepida attesa sia di recitare a memoria le poesie imparate a scuola per l’occasione che di vedere la faccia “sorpresa” del babbo quando scopriva le letterine natalizie sotto il suo piatto, accuratamente nascoste precedentemente dalla mamma.

Il pomeriggio si trascorreva a chiacchierare e a giocare a tombola. Queste erano le sane tradizioni di un tempo, quando ci si accontentava di poco per essere felici.

Ora i tempi sono mutati, ma spero che l’amore per le cose semplici e genuine, il rispetto e l’affetto per i genitori e per i nonni siano rimasti immutati.

                                                                                                                    Vito Erriquez 

Fonte: rivista “Il Presepio” edita dall’Associazione Italiana Amici del Presepio di Roma

 

 

Michele Clima

I suoi presepi, costruiti con una precisione a maestria assoluta mostrano, quasi sempre, angoli di Foggia mutati o scomparsi e appartenenti alla memoria urbana dell’Ottocento. Ci auguriamo che le tante scenografie presepiali realizzate da Michele nell’arco di un decennio vengano un giorno riunite e allestite in una Sala Museo visitabile tutto l’anno.

Di Michele Clima riportiamo un commento ad un suo presepio:

“La Cometa alla Chianara”

(Chianara: era così chiamato il grande edificio sito appena fuori Porta Grande (Porta Manfredonia) probabilmente italianizzando il termina dialettale ianara di origine arcaica e derivante da iana cioè strega. La vicinanza del detto edificio al Piano delle Fosse Granarie potrebbe indurre a pensare ad un collegamento toponomastico: da Piano, Pianura)

Impazzava il vento e la polvere turbinava in ogni dove. I ragazzi, al riparo dei sacchi di farina ammonticchiati, con gli occhi semichiusi, bisbigliavano alle orecchie dei compagnucci la leggenda della Vecchia che cavalcava la scopa di paglia divenuta cometa luminosa. Quali misteri erano celati da quegli abiti logori?! Quanti spaventi avevano suscitato quel naso adunco?! Quella Vecchia era veramente malvagia, o dietro quell’aspetto tanto sinistro poteva nascondersi la ben più dolce Befana portatrice di doni e di luce?

“Mo t’è stà citt’ e sod’, se no, t’agghia purtà a’ Chianar’!!” Spesso risuonava questa minaccia delle mamme esasperate dai comportamenti irrequieti dei loro pargoli. Questi si erano fatti di quel luogo isolato un’idea di spaventosa punizione. Eppure, stretti stretti, raggomitolati e avvinghiati tra loro i piccoli foggianelli si raccontavano di quella fulliginosa e tetra sagoma che si ergeva nel mezzo del piano, fuori le mura, lontano dalla Porta Grande, lontano dai rassicuranti fuochi di casa… la Chianara. Dai suoi tetti dicevano di aver visto involarsi più di una volta la Vecchia alla volta del Noce di Benevento (albergo dove pare si riunissero le streghe del Sud Italia).

Quella sera baluginava un lieve bagliore, all’interno di una delle due torrette. Si vedeva la luce salire dal fondo dei sotterranei su, su per le scale a spirale incastonate nell’ottagono virile, per far capolino alla prima finestrella e poi nella stretta fessura della feritoia. E poi era di nuovo buio.

Le tegole mosse dal vento, quasi in concerto con l’anello di ferro del portone, sibilavano sinistramente. I rintocchi ripetuti e continui delle tavole del solaio di legno schiodate e sconnesse sembravano scandire il tempo trascorso. Che dire, poi, dei passi sentiti allontanarsi in direzione della città, ma inspiegabilmente, riconoscibili, eppure, come dire: invisibili, dato che erano messi nel solco profondo dei camminamenti sotterranei? Tutto l’insieme sembrava esser stato realizzato da un abile scenografo per intimorire le ingenue menti di quei piccoli curiosoni che non riuscivano a dominare le loro paure ancestrali del buio e dello sconosciuto.

Quei ragazzetti, nascosti dietro il pianino che vibrava melodiosamente, acquattati sotto la lunga veste della Bagatella degli Strazzullo (soprannome della famiglia Maldera, artisti del teatrino “Opera dei Pupi” operante in vico Teatro all’inizio del 900), in una manovra che sembrava di avvicinamento ad una meta, erano attratti, calamitati, “stregati” dal fascino sinistro di quello che ai loro occhi era, senza tema di smentita, il Castello della Vecchia. Eppure quell’edificio era sorto nel luogo di una piccola ma significativa sorgiva, almeno per le nostre sitibonde lande. Lì dove dalle viscere della terra l’acqua affiorava per confermare la sua funzione purificatrice e catartica. Lì dove il mugnaio aveva prodotto la sua bianca farina, prodotto del seme e simbolo di rinascita. Lì dove, dalla bocca rigonfia di un sole raggiante, continuava a scorrere debole il getto d’acqua che, rasentando le antiche pietre corrugate, si adagiava sul fondo della vasca sottostante e defluiva nel mezzo del piazzale da una spaccatura.

Bastò lo sbatter d’ali del vecchio gufo, habituè della soffitta, a metter in fuga il giovane manipolo.

Venne notte profonda!

Nel frattempo il largo, lì dinanzi alla Chianara, s’era svuotato del viavai diurno. L’importante arteria commerciale che si dirige verso il mare aveva visto partire gli ultimi convogli prossimi all’imbarco. Grano, farina, lana, pelli, formaggi, vino ed altre mercanzie erano stati scaricati nei magazzini e nei fondachi. Uomini e donne si erano incamminati verso le loro case.

Solamente il più intrigante dei foggianelli, pur intirizzito dal freddo pungente, trovato il coraggio richiesto dalla notte ovattata di nebbia, rimase in attesa di una nuova apparizione della Vecchia. Quando i suoi occhi, che seguivano il bagliore della scopa luminosa si deposero su di un carro sgangherato,poterono finalmente scoprire l’arcano Segno della Chianara.

La luce che brillava tra le spesse mura del “castello” era generata dai frammenti della scopa-cometa della Vecchia sparsi sulle scale e sui pavimenti. Quella cometa che aveva condotto i Magi alla Mangiatoia e che continua ad essere ancor oggi splendida guida per noi tutti.

Fermi da poco, s’erano accampati alla bell’e meglio, Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, sotto una tenda adattata alla bisogna di un ricovero notturno, visti i ripetuti dinieghi di ospitalità ricevuti in città.

Ma non era un caso quella fatalità. Il Signore non si ferma nel primo luogo in cui capita. Era giunto per scacciare, per sempre, il maligno che in Noi uomini sempre si annida: il buio, lo sconosciuto, l’altro, le nostre paure.

                                                   Michele Clima

 

I Messapi

Il laboratorio dei fratelli Beniamino e Costantino Piemontese, in arte i Messapi, nati a Foggia nel 1953 e operanti nel Salento, rappresenta, nel panorama presepistico internazionale, uno dei centri più interessanti di produzione dell’arte statuaria in cartapesta. Le Natività, i pastori e i personaggi del presepio plasmati dai nostri concittadini, hanno volti in terracotta e vestiti con ricchi panneggi di cartapesta.

La grande espressività che anima le meravigliose sculture presepiali dei “Messsapi” evocano il magico momento del Natale.

Hanno partecipato a numerose mostre in Italia e all’estero, conseguendo importanti riconoscimenti. Le loro opere, di proprietà pubblica o privata, ornano le case e le chiese in tutt’Italia.

Tra le tante esposizioni è importante ricordare il grande presepe realizzato, in collaborazione con Giuseppe De Tommasi, nel 1988 per il Comune di Roma e esposto sulla scalinata di Trinità dei Monti in Piazza di Spagna e due importanti opere esposte a Mosca in occasione della mostra “Italia 2000”.

I Messapi operano a Lecce in via Umberto I n.20

 

Fonte: "Ciro Inicorbaf - L'incanto del Presepio - Grafiche Augelli"

 

Un presepista foggiano

Il presepista che racconta Foggia

 

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