di Alberto Manganowww.manganofoggia.it
San Martino ( ‘A fèste di chernùte)
(a cura di Raffaele De Seneen)
Conosco da un po’ di tempo un anziano e distinto signore, Napolitano fa di cognome. Entrambi soffriamo dello stesso male: “foggianite acuta”, e quando spesso ci incrociamo, ci diamo la voce e ci scambiamo il saluto con colorite e scherzose frasi dialettali.
Certo, la differenza degli anni che ci separano mi fa contenere sempre in certi limiti, come si fa nei confronti di un padre, e lui, un po’, mi ricorda mio padre, classe 1915 prematuramente scomparso nel 1966, mentre il sig. Napolitano è dei primi anni del 1920. Ma i suoi radi capelli lisci tirati indietro, i baffetti, la giovialità, la sua guerra, la stessa di mio padre, e la sua prigionia in Africa come quella di mio padre in Russia mi riportano in un tempo ormai lontano e ad un rapporto durato troppo poco.
Quasi ad ogni incontro, dopo i primi saluti, il sig. Napolitano mi punta il dito indice in faccia, incurvato come un punto interrogativo, e si diverte a propormi la prima parte di un proverbio dialettale o di un indovinello aspettandosi da me l’altra parte del proverbio o la soluzione dell’indovinello. Insomma si diverte a mettere a dura prova la mia conoscenza di cose, fatti, cultura e costume locale.
Una mattina, era il tre di febbraio scorso, dopo i saluti mi puntò il dito e disse: “San Biàse…..!”. Gli occhi gli luccicavano come al solito pregustando di avermi preso in castagna. Così fu, rimasi muto, anche sforzandolo, il mio cervello non mandava alcun input. Seguì una sua sonora risata e “….. ‘u sòle ìnde e’ chese!”. Era il tre di febbraio festività di San Biagio, e il detto antico ricordava che il primo pallido sole iniziava far capolino nelle case attraverso balconi e finestre.
C’è sempre da imparare dal Sig. Napolitano.
Questa mattina, 11 novembre, l’ho incontrato ancora, ed è stata una veloce sequela fra saluti, indice puntato e domanda: “San Martìne…..!”. Ho pensato, contento e soddisfatto, questa volta “lo tengo fatto” e subito di rimando ho risposto: “…ògne mùste è fàtte vìne!” [a San Martino ogni mosto è diventato vino]. La sua immediata risata era presagio di un’altra mia “carenza culturale”, ed infatti subito ha proseguito dicendo: “Làsse sta’ ‘u vìne, San Martìne è ‘a fèste di chernùte!”,[Lascia perdere il vino, San Martino è la festa dei cornuti] e di seguito mi ha mostrato un vecchio ritaglio di giornale con un articoletto da titolo “Patrono e compatrono dei cornuti”. L’ho fotocopiato e di seguito ve lo riporto.
“San Martino è notoriamente il patrono dei cornuti; la tradizione popolare gli associa San Silvestro, per così dire come compatrono, un proverbio salentino recita: Santu Silvestu nu potte cuardare manca sosura, con riferimento al fatto che il popolino racconta di una sorella del santo, la quale a quanto sembra non era una donna, come potrebbe dirsi, integerrima.
“Il patrono principale tuttavia rimane San Martino sul quale un proverbio salentino recita: Pe Santu Martinu, vota e gira li curnuti tutti in fila. La ragione per cui questo santo è stato collegato ai becchi va trovata nel fatto che in un numero notevole di paesi pugliesi e lucani, il giorno della festa di San Martino è legato alla fiera degli animali, guarda caso per la maggior parte provvisti di corna: mucche, buoi, tori, capre. Probabilmente la fantasia popolare ha collegato assurdamente gli animali di San Martino ai mariti traditi, promuovendo il Santo ad ironico protettore dei becchi.
E d’altra parte la mentalità di una volta riteneva che il marito tradito si era macchiato di una colpa grave, poiché l’adulterio della moglie era considerato un segno di debolezza dell’uomo e, per dirla tutta, di incapacità a soddisfare la propria metà.
Ben sappiamo da noi che (ab)uso sia stato fatto di quel termine colorito e volgare, facilmente accoppiabile ad un gesto della mano. E’ sempre stato considerato un insulto fra i più pesanti e lesivi della dignità altrui , anche usato a sproposito, e provocatoriamente, in discussioni accalorate e litigi. Ma il suo significato denigratorio si capovolge completamente, ed è consentito ed accettato, quando il termine viene scambiato fra persone legate da stretta e forte amicizia o solidi vincoli parentali assumendo il significato di persona furba, in gamba, che ci sa fare. Anche nei confronti dei bambini (curnutìlle) diviene un vezzeggiativo.
Ritornando alla più grave offesa che con quel termine si intendeva fare, si può dire che con il diffondersi della pratica di alcuni istituti come la separazione ed il divorzio, esso pur rimanendo nell’ambito calcistico (Arbitro cornuto!), ed in quello automobilistico (sorpassi azzardati, tamponamenti, ecc.), sia approdato ed abbia preso di mira soggetti di altre realtà, come quelli che praticano malasanità, malamministrazione, malgoverno, grossi evasori fiscali, ecc. ecc.
Resta così, in questi ultimi casi, il più “gustoso” e liberatorio, anche se non proprio adatto e preciso.